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Parlare in pubblico, tutti devono imparare

Parlare in pubblico, tutti devono imparare

Si dice che il noto architetto italiano Renzo Piano organizzi le sue presentazioni con degli schizzi estemporanei su un taccuino accompagnati da una presentazione effettuata con stile rilassato, persuasivo e condito con un apprezzato accento italiano.  
Sarebbe questo il segreto del suo successo. Sì, perché il cosiddetto public speaking non riguarda solo le presentazioni a vaste platee: un tono convincente e persuasivo aiuta anche nelle piccole riunioni o in incontri one-to-one, magari a carattere commerciale.

A imparare a parlare in pubblico dunque devono essere un po’ tutti in azienda. Per esempio, l’assegnazione di un contratto non sempre si basa su disegni e modelli di una struttura o di un’idea, quanto sul modo in cui queste vengono presentate oralmente. È da tener presente, infatti, che spesso l’ultimo interlocutore è un decision maker senza competenze tecniche e i dettagli quindi possono essere controproducenti. Maggiori probabilità di successo si hanno se le presentazioni fanno riferimento alla visione del decision maker e se il tono della presentazione è convincente. Proprio come Renzo Piano.

L’interesse verso l’arte oratoria è cresciuta negli ultimi anni, anche grazie all’esempio dei discorsi politici di Barack Obama. Durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Usa, Paul Ryan, scelto da Mitt Romney come eventuale vicepresidente, aveva invitato per esempio Barack Obama a fare discorsi senza l’uso del promoter (il gobbo elettronico). Lo strumento infatti, secondo Ryan, avrebbe nascosto le reali capacità di un leader di comunicare le proprie visioni.

E proprio negli Usa ci sono organizzazioni che aiutano a raffinare le capacità oratorie e tra questa la più popolare (ed economica) è sicuramente la Toastmasters International. Si tratta di un’organizzazione internazionale, con 280mila iscritti, raccolti in 13.500 club in 116 nazioni. Chi si iscrive vuole migliorare il proprio stile di comunicazione e, a tal fine, durante le riunioni periodiche, i partecipanti possono presentare un argomento difronte ad altri soci per fare pratica e per ricevere commenti. La stessa organizzazione pianifica anche delle competizioni per votare le presentazioni più convincenti.

In Italia, il punto di riferimento per chi vuole migliorare il proprio stile, e la dizione in particolare, è il CentroD di Torino, nato negli anni Sessanta per iniziativa di Iginio Bonazzi, attore di teatro e personaggio carismatico che apriva la struttura proprio di fronte alla sede Rai di Torino. Ogni doppiatore o voce radiofonica che si rispetti ha con ogni probabilità studiato sotto la guida del maestro Bonazzi. Dopo la sua scomparsa il CentroD è gestito da Danilo Bruni, attore, regista e soprattutto una delle voci più popolari sul piccolo e sul grande schermo sia come doppiatore sia come voice over per pubblicità e per grandi eventi (come le Olimpiadi di Torino, per esempio). La durata del corso è di 30 lezioni, una alla settimana, ma gli iscritti devono esercitarsi quotidianamente per migliorare.

Non vi sono compiti o voti, ma all’inizio e alla fine del corso viene fatta leggere la stessa pagina di un libro e la voce viene registrata. Ex allievi del corso confermano che se si eseguono gli esercizi regolarmente, si nota una netta differenza nel tono di voce tra la registrazione effettuata all’inizio e alla fine del corso. «I partecipanti ai corsi di dizione in genere sono aspiranti attori, giornalisti, oratori, politici, insegnanti, persone che vogliono migliorare la loro capacità di comunicazione, ma anche persone che vogliono combattere la timidezza e essere più spigliate nella vita di tutti i giorni», spiega ancora Danilo Bruni. L’importanza di una buona tecnica di comunicazione è dimostrata anche dai risultati che si ottengono in assenza di questa. 

«Per migliorare nel public speaking, si lavora sul recupero della respirazione con il diaframma, sulla ginnastica fonatoria e articolatoria, sui cinque elementi espressivi della voce e sui colori, i famosi 36 stati d’animo che costringono piacevolmente l’allievo a fare esercizi di espressività» conclude Bruni.